Scontri di Milano, perché il sistema di sicurezza ha fallito

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Come è stato possibile che un gruppo di 120 ultrà dell’Inter e (di una quarantina) di “gemellati” di Varese e Nizza, si sia allontanato dallo stadio e in auto sia arrivato in via Novara, anzi in via Fratelli Zoia, dove ha teso l’agguato agli ultrà napoletani?  Come sono riusciti a rendersi “invisibili”? Centoventi ultrà, molti dei quali con il Daspo, sono arrivati indisturbati nel punto dell’agguato, hanno preso le armi dai sacchi lasciati in un boschetto, hanno acceso i fumogeni e appena avuto indicazione che la carovana di mezzi dei napoletani stava per arrivare, sono entrati in azione. – si legge su sport.tiscali.it, a firma di Guido Ruotolo –  Chiunque frequenti le curve e lo stadio conosce perfettamente i meccanismi di comunicazione con i funzionari delle Digos da parte dei capi, del gruppo dirigente dei vari club, anche degli ultrà. E le Digos comunicano a loro volta ai “colleghi” delle città dove si disputeranno le partite di interesse, che dalle diverse località delle squadre ospiti si muoveranno gruppi di tifosi. Comunicano numeri che si riveleranno esatti, più o meno. Chiunque frequenti le curve e lo stadio è perfettamente consapevole che i tifosi in trasferta vengono “agganciati” al casello autostradale o della tangenziale e accompagnati da mezzi della polizia allo stadio. È una misura di prevenzione efficace.

Gli incontri ravvicinati tra tifoserie Intanto per la stragrande maggioranza di tifosi che arriva per vedere e sostenere la propria squadra, e poi per le forze di polizia che devono garantire l’ordine pubblico e che sono in grado di intervenire per impedire incontri ravvicinati tra tifoserie avversarie. Tutto questo, purtroppo non è accaduto il 26 dicembre scorso, a Milano.  Da Napoli deve essere partita la segnalazione di numeri di tifosi organizzati in movimento per Milano. Il convoglio intercettato in via Novara era aperto da cinque auto, a seguire dieci Van e a chiudere altre cinque auto. In tutto, centocinquanta tifosi. Che sono stati presi alla sprovvista dagli interisti. Non era un luogo di appuntamento dove le due tifoserie se le dovevano dare di santa ragione. Purtroppo un ultrà di Varese, uno dei capi organizzatori dell’agguato è finito sotto un auto forse due dei napoletani ed è morto in ospedale. Poi quattro tifosi azzurri hanno dovuto farsi medicare al pronto soccorso.

Il giorno di Santo Stefano Come è stato possibile che tutto questo è accaduto – anche se la durata degli scontri non ha superato i quindici, enti minuti in tutto – senza che le forze di polizia fossero arrivate in via Novara? C’è traccia, nelle carte della inchiesta della Procura di Milano del cortocircuito nel sistema di sicurezza dell’ordine pubblico in occasione di Inter-Napoli, il giorno di Santo Stefano. Nella misura cautelare di Marco Piovella, uno dei capi ultrà interisti, scrive il gip Guido Salvini: «La ricostruzione dello scontro violento con conseguenti lesioni ed uccisione di un uomo, il lancio di fumogeni e oggetti e l’investimento di uno dei tifosi poi deceduto emerge con chiarezza anche dalla descrizione compiuta dal personale di pattuglia incaricata della vigilanza generica che ha assistito all’inizio dello scontro e che ha dettagliatamente descritto la dinamica nella relazione di servizio del 27 dicembre 2018 del commissariato Ps Città Studi».

La macchina della polizia Dunque una macchina della polizia si trovava sul luogo degli scontri e si è allontanata immediatamente dopo l’inizio dell’agguato interista. È presumibile che la stessa pattuglia abbia giustamente chiesto i rinforzi. Che Inter-Napoli fosse una partita a rischio era noto. Nelle stesse relazioni che precedono gli incontri e con le quali il questore mette nero su bianco tutti i dispositivi e l’impiego degli uomini per il servizio di vigilanza e di ordine pubblico in occasione delle partite, segnalando addirittura dove si collocano i mezzi e gli uomini, la particolarità di questa partita era stata ben segnalata. È tutto andava nella direzione della necessità di rafforzare il dispositivo di presenza delle forze di polizia. «I rapporti tra le due tifoserie sono pessimi e il livello di rischio è alto». A maggior ragione, non si comprende la doppia falla nel dispositivo di sicurezza: aver consentito a un corteo di venti mezzi di tifosi napoletani di avvicinarsi allo stadio senza essere scortati. E non essersi accorti che centoventi ultrà interisti si sono trasferiti dallo stadio a via Novara, il luogo dell’agguato.

Indagati per omicidio volontario Il ministro dell’Interno Matteo Salvini in conferenza stampa martedì pomeriggio ha detto di aver condiviso la decisione di non sospendere la partita per i buu rivolti al giocatore del Napoli Kalidou Koulibaly. Dunque, il responsabile della sicurezza dello stadio ha valutato se sospendere o meno la partita. Come elemento di valutazione deve essere stato valutato il rischio che la sospensione avrebbe potuto far degenerare la situazione dell’ordine pubblico all’esterno dello stadio. Anche con Fiorentina-Napoli, la finale di Coppa Italia giocata a Roma, la partita non fu sospesa. C’era stato l’agguato romanista contro tifosi napoletani (e in ospedale morirà dopo alcuni giorni Ciro Esposito). Anche a Milano un ultrà interista è morto finito sotto un’auto dei napoletani. Ci sono diversi indagati per omicidio volontario. Ma fino a quando non emergeranno riscontri dall’autopsia di Davide Belardinelli, l’ultrà deceduto, o dalle auto del convoglio di ultrà napoletani, quella morte potrebbe essere definita come un omicidio stradale.