
Si torna a Parma, un anno dopo. Un anno dopo un pomeriggio di ansie, speranze, tormento ed estasi tra pali, miracoli, rigori dati e tolti, var, contro-var mentre da San Siro giungeva l’eco prorompente delle immortali note di Raffaella Carrà che avrebberro accompagnato gli azzurri al trionfo: Pedro-Pedro-Pedro-Pedro-Pé…
Il Napoli, incredibilmente, alla volata finale ha gli stessi punti di un anno fa, ma stavolta c’è una lepre davanti. Che era in fuga solitaria e che adesso si sente braccata, non ancora proprio con il fiato sul collo ma chissà, dal suo incubo peggiore, il signor Antonio Conte da Lecce, che da quando é sbarcato tra le braccia di Partenope, infiniti lutti addusse ai dirigenti, tifosi e prezzolati opinionisti del nord.
Il Parma, non ce ne voglia, rappresenta l’emblema del momento decadente che vive il calcio italiano. Una squadra di provincia, con una proprietà americana, imbottita di stranieri e che é andata a pescare un giovanissimo allenatore in Spagna. Direte: ma Cuesta avrà portato in Italia il meglio del calcio iberico, fatto di possesso e talento. Giammai! Il Parma mette in campo il più antico dei catenacci, l’anticalcio all’ennesima potenza fatto di distruzione del pensiero avversario e della speranza in un contropiede. Per carità, ci sono alte probabilità che gli emiliani si salveranno, ma essere andati a trovare in Spagna un trentunenne per rispolverare il pulmann davanti alla porta non ha alcun senso.
Ciò detto, proprio l’atteggiamento oltremodo difensivo del Parma costituisce il peggiore pericolo per il Napoli, come la partita di andata peraltro può testimoniare. Era però un altro Napoli, costretto a spremere fino all’ultima goccia i pochi reduci dall’ecatombe di infortuni, mentre oggi con De Bruyne e McTominay ristabiliti ed un Alisson Santos pronto a spaccare partita ed avversari Conte sa di avere molte armi in più nel proprio carniere.
Le cinque vittorie consecutive, tutte di misura, dicono che il Napoli é sul pezzo e vuole continuare a esserlo. Mettere un po’di pressione all’Inter, nuovamente orfana di Lautaro Martinez, prima della gita fuori porta sul lago di Como, potrebbe mettere un pizzico in più di sale in questo campionato fin qui abbastanza insipido.
Domani i ragazzi di Conte hanno un ulteriore compito ancor più importante: non far ripiangere ai tifosi partenopei di aver privilegiato la fede azzurra dinanzi alla contemporanea finale di Montecarlo tra i titani Sinner e Alcaraz che promette meraviglie. L’avversario da battere é sempre spagnolo, ma il fuoriclasse di Murcia ha un gioco leggermente più offensivo e divertente di quello del connazionale Cuesta. E allora ci vuole un Napoli stile Jannik: fiero, coraggioso e combattivo, pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo.
La primavera é sbocciata, aprile profuma di sogni. Quel triangolino tricolore fa molta fatica a staccarsi dalla maglia che ha il colore del cielo e del mare e canta: “ Tu mme diciste: “Sì” ‘na sera ‘e maggio. E mo’ tiene ‘o curaggio ‘e mme lassà?”




