Napoli-Cagliari (10-9 d.c.r.): una serata da “infarto”

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Napoli, ore 18.00, un pomeriggio che sa già di sera. Per gli ottavi di Coppa Italia, il “Maradona” si riempie con quel misto di curiosità e ansia che accompagna sempre le partite da dentro o fuori. È feriale, sì, è l’ora in cui molti corrono ancora dal lavoro, eppure gli spalti si colorano presto d’azzurro: famiglie, ragazzi, ultras, turisti, chiunque voglia vivere un pomeriggio che si preannuncia tranquillo solo sulla carta.

Prima del fischio: il ritorno di Lucca e la fame di gol

Il nome più atteso è quello di Lucca, che molti tifosi aspettano come una promessa da riaccendere. Prima della gara il clima è leggero, quasi allegro: si parla del suo ritorno al gol come di una possibilità reale, qualcuno lo predice come un segno, qualcun altro lo dice sottovoce “per scaramanzia”. I cori iniziano presto, rimbalzano sulle vetrate della Tribuna, scendono sulle curve. Sembra un pomeriggio sereno. Ma non lo sarà.

La partita: un’illusione, una sofferenza, un equilibrio che pesa

Il Napoli parte forte, gioca, costruisce, spinge sulle fasce. E al 28’, ecco il momento che tutti speravano: Lucca trova il gol che gli mancava da troppo tempo. L’urlo del Maradona è liberatorio, quasi istintivo. I compagni corrono ad abbracciarlo, lui alza le braccia verso la curva. Qualcuno giura di aver visto occhi lucidi. Il Napoli sembra poter controllare, ma la Coppa Italia non fa sconti. Al 67’, una disattenzione, una palla che rimbalza male, e Sebastiano Esposito trova il pari. Il silenzio dura un secondo, poi arrivano i mormorii, il “mo ricominciamo” e il mantra eterno:“Non ci facciamo mai mancare niente”.

I rigori: una saga infinita, un rosario di emozioni

Dopo il 90’, non c’è spazio per i supplementari: si va subito ai rigori. La linea sottile tra vittoria e tragedia si fa sempre più stretta, e i tifosi lo sentono sulla pelle. La prima serie è un’altalena: Neres sbaglia, al Maradona c’è un “nooooo” corale, dopo che Felici del Cagliari aveva fallito, un rammarico che sà di sentenza. Si continua. Cinque rigori a testa, ed è ancora parità. Poi comincia l’oltranza, quel territorio dove la logica finisce e resta solo il cuore, la paura, il fiato trattenuto. Ogni volta che un giocatore prende la rincorsa, migliaia di sciarpe si stringono tra le mani. Ogni gol è un’esplosione. Ogni errore è un brivido gelido. Si va avanti, uno dopo l’altro, come in un duello antico. Finché arriva il momento decisivo.

Il rigore di Luvumbo: la parata che salva tutto

Sul dischetto c’è Luvumbo, uno dei più temuti. Silenzio. Neanche un respiro. Le curve paralizzate, le mani sui volti, gli occhi puntati verso la porta. Parte la rincorsa. Tiro. Milinkovic-Savic si allunga, vola, respinge. Un secondo di incredulità. Va Buongiorno sul dischetto e la mette dentro. Il Maradona esplode come una bomba. È un urlo, un coro, un terremoto. I compagni corrono verso il difensore, i tifosi saltano senza peso, i bambini urlano. Il Napoli è ai quarti. E ci arriva dopo ben 20 rigori, dopo mille ansie, dopo aver sfiorato l’incubo e averlo ribaltato.

Il dopo partita: la città che si scioglie, la stanchezza che diventa gioia

Fuori dallo stadio, tra i commenti dei tifosi azzurri azzurri e l’odore di caldarroste, si parla solo di due cose:la “mazzata” di Milinkovic-Savic e il sorriso di Lucca. Qualcuno dice che questa vittoria “vale doppio”, qualcun altro scuote la testa e ride:“E che ne vogliamo vincere una tranquilla?”La notte si stende su Napoli, ma nei vicoli e nei bar il racconto dei rigori continua come una fiaba moderna: dieci per parte, un duello infinito, un portiere che salva tutto. E un popolo che, ancora una volta, può dire:“Ce l’abbiamo fatta.”

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