
Ai microfoni di Napolità, Diego Armando Maradona Jr., allenatore del Portici (Eccellenza Campania). L’intervista integrale in audio e video è disponibile sul canale YouTube di Napolità (per abbonati).
Chi è oggi Diego Maradona Jr. ?
Oggi Diego è un padre, prima dai tutto. Una persona che ha ricostruito la sua vita dentro e fuori dal campo. Una persona normale, mi definisco così. Ho tutte le problematiche, tutti i pregi e i difetti delle persone normali.
Qual è il tuo primo ricordo con un pallone?
I ricordi sono tanti. Ho iniziato a giocare a calcio che avevo 4 anni. Mi ricordo all’Italsider, ad Agnano, ho tanti ricordi. Quello principale è sicuramente con un pallone.
Quali sono tre parole che ti descrivono e perché?
Ingenuo perché non riesco a incattivirmi, nonostante la vita mi dia ogni giorno un motivo per farlo, e credo che le persone non facciano le cose per un secondo scopo. Passionale perché la passione è quello che mi muove in tutto ciò che faccio. Ambizioso, nell’ultimo periodo più di prima, ed è una cosa che è cambiata in me e mi piace.
Quando hai deciso che il calcio sarebbe stato solo un’eredità e lo strumento di raccontarti al mondo?
L’ho sempre saputo. La mia famiglia mi ha lasciato libero di fare ciò che volevo. Se ho affrontato tutto ciò che ho affrontato è perché l’ho fatto sempre con passione.
Da ragazzo, qual è stato il tuo sogno calcistico?
Sempre stato il Napoli. Ho rinunciato a tantissime cose per giocare con la maglia del Napoli, è sempre stato quello il sogno.
Giovanili del Napoli?
A detta dei tecnici che mi hanno avuto, avevo le qualità per giocare a calcio ad un certo livello. Ad un certo punto, un po’ la situazione vissuta col Napoli in quel periodo, un po’ io, hanno fatto si che le stelle non si allineassero. Va bene così, doveva andare così.
Bruciato troppo in fretta?
Nessuno mi ha mai dato tempo nel calcio perché c’era una grossa ignoranza, pensando al mio cognome la gente si faceva idee che non erano quelle. Di certo, non è stata colpa solo degli altri, mi assumo le mie responsabilità.
Cosa diresti al ragazzo di allora?
Di insistere, sacrificarsi di più, sii ambizioso e fregatene un po’ di più. Da ragazzo ho sofferto tanto del pensiero degli altri.
Che tipo di allenatore sei? Cosa ti rende diverso dagli altri?
Lo chiederei ai miei giocatori. Io amo giocare a calcio, credo che giocare a calcio sia una priorità. Credo che le squadre che giocano, alla lunga, vincono sempre. Questo mi differenzia da tanti miei colleghi che fanno questa categoria.
Preferisci allenare testa, gambe o cuore dei giocatori?
Il cuore. Senza le gambe puoi vivere, senza la tecnica anche, ma senza il cuore no.
Cosa ne pensi dei match analyst?
Una figura fondamentale. È troppo importante avere una visione degli avversari e di noi stessi a 360° e questo possono darlo solo i match analyst.
Con che sistema ami giocare? Che voto ti darebbe Sasà Pengue?
Sicuramente il 4-3-1-2 che, però, qui al Portici non sto utilizzando. Non pensavo di poter giocare con una difesa a tre, sono sempre stato un grande fan della difesa a quattro, ma mi sta divertendo. Mi piace pensare che come allenatore possa avere almeno la sufficienza.
Cos’hai provato la prima volta che ti hanno detto che somigli a tuo padre?
Me lo dicono sempre. È una questione d’orgoglio e mi fa sentire più vicino a lui.
È mai stato un peso per te essere suo figlio?
Il peso è stato sempre per gli altri. Io sono nato con questo cognome. Nella fase adolescenziale era diventato pesante. Ho sempre dato il giusto peso a quello che diceva la gente perché credo che avere delle aspettative su di me per il mio cognome è da persone poco intelligenti. Quale figlio è uguale al padre? Nessuno. E per me era un po’ complesso (ride, ndr).
Qual è il ricordo di tuo padre che appartiene al figlio e non al mito?
Un sacco. Sicuramente dal punto di vista umano, i ricordi più belli sono quelli vissuti in famiglia, le partite di calcio del Napoli, dell’Argentina viste insieme sul divano. Cose che ho sognato per una vita. Il privato vissuto con lui è una cosa che mi manca ed è stato bello.
C’è un rimpianto o un grazie che non gli hai detto in tempo?
No. A mio padre ho detto tutto ciò che dovevo dirgli in vita.
Ti capita mai di parlargli in silenzio quando sei da solo?
Sempre. Quando entri allo Stadio del Portici c’è una sua foto. Prima ci ho parlato. In sostanza, quando uno parla con una persona che non c’è più, gli racconto e gli chiede una mano. Io ho attraversato un periodo molto difficile della mia vita nell’ultimo anno e mezzo e mi piace pensare che se l’ho superato è anche grazie a lui.
Cos’è Napoli per te? Casa, palcoscenico o giudice?
Casa, senza dubbio.
Hai mai avuto la sensazione che il tuo cognome camminasse davanti a te e dovessi correre per raggiungerlo?
Il mio cognome mi precede sempre. Credo sia uno dei più importanti al mondo. Non gli ho mai corso dietro. Ho corso sempre più dietro a quello che volevo essere rispetto a quello che era il mio cognome.
Se Napoli fosse una persona, cosa le diresti per come ha trattato la tua famiglia?
Solo e unicamente grazie. Ho un amore grande per la mia città. Direi di non cambiare, nel bene e nel male. A volte dicono che Napoli è un bel presepe, ma i pastori non lo sono: per me non è vero. Dobbiamo insegnare agli altri la nostra napoletaneità, non reprimerla.
Qual è la lezione più dura che ti ha dato la vita?
La separazione. Un momento difficile che all’inizio non ho accettato, che ho combattuto per non farla accadere. È stato un momento difficile che ho superato dopo un po’ di tempo e sono contento di essere nelle condizioni in cui sono adesso, forse sono più felice oggi che prima.
Se la tua storia fosse una partita, a che minuto siamo adesso?
Sono scaramantico (ride, ndr). Quest’anno compio 40 anni, quindi direi 40’ del primo tempo.
Cosa significano per te riscatto, sogno e passione?
La passione è il motore della vita, se fai le cose senza passione, è inutile; riscatto non mi piace come parola, non ho mai avuto bisogno di riscattarmi, se fai le cose fatte per bene, con passione, non hai bisogno; sogno è una parte della vita che ti fa stare meglio, ma non bisogna distaccarsi dalla realtà.
Che sogno hai adesso?
Il mio unico sogno è che i miei figli stiano bene. La vita può colpire, sono abituato.
Come sei come padre?
Cerco di essere presente, di essere un punto di riferimento per i miei figli. Sicuramente sbaglio, quando diventi genitore, qualunque cosa fai sbagli. Mi piace pensare di essere un padre presente e che i miei figli si ricordino di un padre presente alle recite ed ai momenti importanti della vita.
Qual è il tuo ricordo più bello legato a Napoli e al Napoli?
Non mi aspettavo di vincere due scudetti in tre anni. Sono stati meravigliosi. Il terzo scudetto l’ho vissuto allo stadio insieme a mio figlio. Ho iniziato a frequentare con mio nonno a 5 anni e abbiamo visto di tutto: retrocessioni, fallimenti, serie c. Vedere lo scudetto insieme a lui è stato bello.
Qual è stata la partita che ti ha fatto capire che saremmo diventati campioni d’Italia?
A casa di quelli lì, io non li nomino. Il gol di Raspadori è stato il momento in cui il mio cuore ha fatto come ha fatto Zielinski. Ero a casa mia a vedere la partita.
Le mie scaramanzie?
Mi devo vedere la partita da solo. Senza volume perché la telecronaca la faccio da solo (ride, ndr). Il gol di Raspadori ha dato un’emozione indescrivibile, come quello di McTominay contro il Cagliari. L’anno scorso ero in un albergo a Las Palmas perché il giorno dopo avrei giocato i playoff. Ho pianto come un bambino. Qualche napoletano c’era, poca roba. Ci siamo goduti la festa quando sono tornato.
Conte è l’unico fuoriclasse di questa squadra o c’è un giocatore che sposta gli equilibri?
Conte è un fuoriclasse, un grande allenatore. La squadra è molto forte, ma oggi McTominay è un giocatore che sposta gli equilibri.
Da allenatore, come spieghi la capacità di Conte di rigenerare i giocatori che sembravano finiti?
In questo è un mostro. Il più forte di tutti nel ridare vita a progetti che sembravano ‘morti’. Il Napoli aveva finito lo scorso campionato decimo, cambiando tre allenatori, ha vinto lo scudetto e SuperCoppa e la gente lo critica.
Il quarto scudetto è un favore dell’Inter al Napoli, come si dice?
Assolutamente no. Il Napoli ha finito un punto sopra l’Inter e stando sempre in testa alla classifica. Gli scudetti non si regalano, si vincono.
C’è un aspetto del calcio di Conte che ti convince meno?
Ci sono cose che mi piacciono meno, cose che mi piacciono di più, ma non giudico mai gli allenatori dal modo in cui vedono il calcio, è soggettivo. Lui è stato ed è bravo ad arrivare a trasmettere ciò che vuole ai giocatori. È un grande pregio.
La cazzimma del Napoli di Conte è quella del Napoli di tuo padre?
È un calcio diverso, una vita diversa, un mondo diverso. Qui si gioca ogni tre giorni. Sono state due grandi squadre che hanno portato trofei, ma sono molto diverse.
Qual è la chiave per combattere tutti gli infortuni che ci sono stati? Qual è la causa?
Un po’ difficile individuare la causa. Credo stiano facendo di tutto per rovinare il calcio: è inumano giocare ogni tre giorni. Poi, mi possono venire a parlare di guadagni, ma è inumano.
Dove può arrivare questo Napoli?
Napoli può stare lì fino alla fine e dare fastidio. Penso che il Napoli debba lottare più per lo scudetto che per evitare il quinto posto.
Quanto dà fastidio il Napoli lì in alto?
Il Napoli ha dato sempre fastidio, ma questa è storia, non lo dico io. Perché? Non piace molto vedere vincere il Napoli in maniera così assidua. Nell’immaginario collettivo Napoli è sempre stata la città da accontentare con uno scudetto ogni 20-30 anni. Dopo che ne ha vinti 2 in 3 anni, secondo me c’è un diktat che 3 in 4 anni è un po’ troppo e di cercare di non farlo fare (ride, ndr).
Cosa saresti disposto a fare per vedere il Napoli vincere la Champions?
Non so se mi conviene, perché muoio (ride, ndr). Sarei capace di sacrificare tante cose. Farei tutto il lungomare in mutande, come Paolantoni. Va bene?
Champions per il Napoli o Mondiale per l’Argentina?
Non vale tutte e due? (Ride, ndr). Direi la Champions al Napoli.
Sei più napoletano o argentino?
Ho un forte senso di appartenenza per l’Argentina. Mi piace dire 50-50, ma quando mi arrabbio parlo napoletano, quindi sono più napoletano.
Come racconteresti alla nuova generazione di tifosi azzurri chi è Diego Armando Maradona?
La storia, il giocatore più forte di tutti i tempi, l’uomo che non ha avuto paura di andare contro i poteri forti. Inarrivabile dentro e fuori al campo.


