Lozano: “Ancelotti un grande, il covid fu un incubo. Su Spalletti e Gattuso…”

Hirving Lozano, attaccante del Napoli, si è raccontato in una lunga lettera pubblicata da The Players Tribune. Le sue parole:

“Dopo la Coppa del Mondo (e il terremoto), accadde un’altra cosa incredibile. Un giorno, ho ricevuto una telefonata da un numero italiano. “Hola, Chucky? Sono Carlo Ancelotti”. Quando ho sentito il nome, sono quasi impazzito. Ancelotti aveva lavorato come opinionista per Televisa in Messico durante la Coppa del Mondo e aveva visto il mio gol (alla Germania ndr). Voleva che io andassi a giocare per lui al Napoli. Durante la stagione 2018-19, ricevevo telefonate da lui ogni settimana. Quando mi infortunavo, mi chiedeva: “Come va il ginocchio? Come procede il recupero?. È una persona così. Quando mi chiese di andare al Napoli, come potevo dire di no? Conosci già Ancelotti. È un grande allenatore, ma è ancora migliore come persona.

La prima sera in Italia portò me e la mia famiglia a cena con tutta la sua famiglia. E intendo tutta la sua famiglia: portò anche i nipoti. Questo fu molto importante per me, perché credo che a volte la gente non si renda conto di quanto sia difficile cambiare Paese come calciatore. Soprattutto per i latinoamericani, perché la cultura europea è così diversa e sei così lontano dalla famiglia. Ma Ancelotti sapeva come farti sentire a casa tua. Quell’umanità mi è rimasta impressa.

Non molto tempo dopo la partenza di Ancelotti, arrivò il Covid. Ana e i bambini erano tornati in Messico e io avrei dovuto raggiungerli durante una pausa internazionale nel marzo del 2020, ma all’improvviso tutti i voli furono cancellati e io rimasi intrappolato da solo dall’altra parte del mondo.

All’inizio, nessuno capiva cosa stesse succedendo. Pensavo che la cosa si sarebbe risolta in pochi giorni. Dopo qualche settimana, ho detto al club che non ce la facevo più. Li ho supplicati di lasciarmi tornare a casa. Ma loro dicevano: “Guarda, non puoi andartene. Non si tratta solo di una multa, finirai in galera”.

Fu un momento da film dell’orrore. Alla fine, come molte persone in quel periodo, trascorsi tre mesi da solo, e mi sembrò di impazzire. Mi sentivo così solo e così lontano dai miei sogni. Mi ero trasferito in Europa per la mia famiglia e ora eravamo così lontani. Non avevo nemmeno il calcio come distrazione.

Napoli? Spero di essere riuscito ad aprire le porte ai miei connazionali. E se attraverseranno queste porte, troveranno una cultura molto diversa, ma per certi versi molto simile. La passione che i tifosi hanno qui a Napoli è incredibile. Non riesco a spiegarla. Il modo in cui sostengono la loro squadra… come giocatore, ti riempie di energia e di orgoglio. C’è anche pressione, ma ormai ci sono abituato. Mi piace. Ho avuto altri grandi allenatori da cui ho imparato molto. Personaggi molto diversi tra loro, come Gattuso (una persona che vuole vivere a 100 all’ora) e Spalletti, che cerca di imbrigliare il diavoletto che ho sulla mia spalla”.

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