Inter-Napoli, l’analisi del giorno dopo

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Non si libereranno facilmente di Antonio Conte e della sua ciurma di pirati.

Ci hanno provato, era tutto apparecchiato per la fuga nerazzurra e per la celebrazione interista.
Non avevano fatto i conti con il cuore infinito dei campioni d’Italia che ha gettato se stesso oltre ogni ostacolo, oltre un avversario fortissimo, oltre il secondo arbitraggio discutibile  consecutivo, oltre l’evidenza della mancanza di alternative al cospetto dell’altrui abbondanza.
Può darsi, è probabile che l’Inter finirà per vincere  questo campionato, perché ha una rosa imponente e perché quando il venticello arbitrale inizia ad essere una costante, tutto va nella stessa direzione. Ma se non dovesse succedere ad Appiano Gentile non dimenticheranno questa serata nella quale hanno avuto la possibilità di “ammazzare” il Napoli e non l’hanno fatto.
Ancora una volta Cristian Chivu ci ha capito poco, portato tatticamente a spasso con il guinzaglio da Antonio Conte e non ha saputo fare di meglio che attingere dalla munifica panchina e aizzare il pubblico in esilarante posa da capo-ultras: non fare il Mourinho se non sei Mourinho e non hai nemmeno il phisique du role.
In assenza di Neres, Conte ha avanzato Politano al livello di Elmas alle spalle di Hojlund aprendo gli spazi per gli inserimenti devastanti di McTominay, centravanti aggiunto i cui movimenti non sono mai stati letti dalla retroguardia di Chivu, nuovamente in bambola dopo il 3-1 del Maradona.
Gli azzurri hanno approcciato bene la partita, pressando alto e recuperando subito palla nei primi dieci minuti, ma hanno pagato dazio alla prima azione interista. Dopo il gol del pareggio, per almeno mezz’ora in campo c’è stata una sola squadra e l’unico rimpianto è non aver segnato il 2-1 nelle tre occasioni avute prima dell’episodio del discutibilissimo rigore, che avrebbe potuto ammazzare un toro. Ma non il Napoli.
Non il Napoli di Scott McTominay, che è risalito dall’errore sul primo gol con il talento  e la personalità del fuoriclasse, dipingendo calcio in lungo e largo e dominando di fatto la partita ben oltre i due gol decisivi.
Lo scozzese ha prolungato la sua serata magica anche ai microfoni ricordando agli sbadati e prezzolati come il Napoli stia giocando da mesi senza l’apporto di giocatori fondamentali. Molte altre squadre si sarebbero sfilacciate, il Napoli è ancora lì a lottare.
Il centrocampo del Napoli è stato superlativo, trascinato dallo scozzese ma con grande lavoro di tutta la squadra che ha isolato completamente la temutissima coppia d’attacco nerazzurra. I due gol dell’Inter sono stati casuali: contropiede il primo, rigore (dubbio) il secondo.
Monumentale è stata anche la prestazione di Rasmus Hojlund che ha allungato la squadra, allargato le maglie della difesa avversaria, costituendo una minaccia costante per l’Inter per 90 minuti: an he qui sono evidenti i meriti di Conte che ha trasformato un uomo d’area di rigore in un Lukaku con 10 anni di meno.
La difesa ha tenuto botta con Juan Jesus sugli scudi e con il solo Beukema in difficoltà, ma era al rientro e con pochi allenamenti nelle gambe. Al solito Politano e Spinazzola hanno cantato e portato  la croce e finalmente Noa Lang è risultato decisivo con il bel gesto tecnico dell’assist del pareggio decisivo.
L’Inter ha ancora quattro punti di vantaggio e un calendario comodo in vista ma esce da San Siro con l’ennesima delusione in uno scontro diretto e non è detto che non cominci a serpeggiare qualche insicurezza tra le fila nerazzurre.
Antonio Conte invece sa che la sua squadra è sul pezzo, viva e forte, combattiva e desiderosa di difendere lo scudetto fino in fondo. Scott ha elencato ad uno ad uno gli assenti e quando cominceranno a rientrare potrebbe sbocciare un Napoli tremendamente fastidioso per tutti.
Ora però bisognerà pensare a Parma e Sassuolo, con il Maradona che dovrà ritornare a garantire il bottino pieno. Probabile che Antonio Conte guarderà i suoi ragazzi dalla tribuna ( gli faranno pagare quel “vergognatevi!” che è già un meme virale) ma la sua voglia di vincere è oramai piantata nel cervello dei suoi ragazzi.
Erano pronti a srotolare lo striscione della vendetta con un bauscia che strappa lo scudetto dal petto allo scugnizzo. Nella maglia strappata di Thuram dopo un contrasto con l’incredibile Juan Jesus c’è invece un chiaro avvertimento: pochi, brutti, sporchi e cattivi, ma siamo ancora qui.
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