Il “racconto” del team manager-scrittore De Matteis a Tuttosport

«Facevo il calciatore. Il massimo che raggiunsi fu la C1: 3 promozioni con la Sambenedettese, l’Avezzano e il Chieti, nel 2001. San Benedetto del Tronto fu la piazza in cui mi fermai di più: 6 anni. Con la Samb disputai anche una partita di Coppa Italia contro il Cagliari. Il Cagliari di Mazzone». Giovanni Paolo De Matteis, ma per tutti Paolo De Matteis, è nato il 7 giugno 1970 a Roma, a San Lorenzo. Le giovanili della Lazio, la Sambenedettese, l’Avezzano, il Frosinone, il Chieti, la chiusura della carriera a Latina. «A tutte le piazze in cui sono stato, da giocatore o da dirigente, sono rimasto legato. Rappresentano storie e sentimenti. Da giocatore facevo il terzino sinistro. Di piede ero
ambidestro, comunque. Facevo anche il mediano. Ero un jolly difensivo. Un mediano
di quantità, non di qualità». La sua “storia”, tra calcio e scrittura, è stata raccontata sulle colonne di Tuttosport, nell’edizione odierna, del 18 agosto 2019,
E QUEL MEDIANACCIO.  Nel suo primo romanzo (“Vanessa Atalanta – Storia felice di un ex calciatore”, Robin Edizioni, 2009), incentrato sulla figura di Marco, anziano ex giocatore di calcio, gli fa dire dopo 19 pagine: “Per me che ero un medianaccio che ricorreva spesso al tackle, nulla era meglio di un terreno umido. Sì, perché quando la palla sta lì in mezzo a due calciatori e vogliono conquistarla entrambi, oppure corre via e i giocatori la inseguono, il contrasto in scivolata sull’erba bagnata è confezionato”. E “il pubblico si infiamma
nel vedere quel pallone così conteso”. E “non importa se è una palla inutile per il risultato. Riconquistarla è tutto. Diventa un fatto personale”. E “forse può sembrare strano, ma anche in un piccolo gesto atletico come quello c’è tutto un significato che spesso rivela qualcosa di più del tuo carattere: esprime una filosofia di vita”. De Matteis spiega: «Col senno di poi dico che il mio, da calciatore, è stato un percorso pieno. Considerando i miei limiti, era quella la carriera che potevo fare. Ma all’epoca vivevo il calcio come il grande sogno. Raggiungere la serie A. Ma oggi con la maturità mi rendo conto che è stato anche bello così, che è stato giusto così. Oggi sono sereno, invece quando giocavo provavo l’ansia di dover dimostrare sempre qualcosa. Ero contento, ho giocato tanto in C1, ma nei miei sogni di calciatore mi mancava sempre qualcosa».
DALLA LAZIO ALLA SERIE C.  «Sono cresciuto nel vivaio della Lazio, sì. Poi a 17 anni l’Atalanta mi prese. Così partii da Roma. Fu la prima volta in cui cominciai a vivere lontano da casa, dai genitori. Da solo. A Bergamo rimasi nel settore giovanile nerazzurro per 3 mesi. Poi me ne andai. Per nostalgia. Tornai a Roma. Più avanti mi pentii. L’Atalanta ha un vivaio che da sempre lancia giocatori su giocatori. Mi pentii, sì, perché persi un treno importante. Ma in quel momento, a 17 anni, non me la sentivo di restare. Solo
3 mesi: però l’Atalanta mi è rimasta dentro, proprio perché fu un’esperienza forte. E
quando scelsi il titolo del mio primo romanzo fui contento di mescolare più evocazioni. “Vanessa Atalanta”, come il nome di una farfalla molto diffusa in Italia. Ma Atalanta anche come squadra. E tutto era collegato. La farfalla, che sul finire entra nella storia del protagonista, e i nerazzurri, perché quell’ex giocatore era stato un campione dell’Atalanta.
La figura mitologica greca, ma anche il nome e il soprannome del club bergamasco: Dea.
Difatti nel romanzo si trovano anche tanti riferimenti alla mitologia classica: che costituisce da sempre una mia passione e una ragione di studio. Per cui nel romanzo fin dal titolo compare un filo conduttore, poi seguito sotto prospettive diverse. Il tutto, con una forte componente anche religiosa. Il Papa diventa un protagonista del romanzo, alla fine. La religione torna sempre nei miei libri. Anche nel secondo, “Demoni sconfitti” (sempre Robin Edizioni, 2014). Vi devo dire che io frequentai dalle suore sia l’asilo sia le Elementari: e ho ricordi meravigliosi». 

«LA DONNA ERA NUDA» E poi sgorga sempre l’amore, nei romanzi di De Matteis. Un
uomo e una donna: l’ex campione Marco ed Elisabetta, nel primo romanzo. La notte che
travolse i loro corpi. La descrizione del mattino dopo. Lui che si alza dal letto e prima di
andarsene la osserva dormire, e osserva la linea del suo corpo disteso su un fianco. E la linea fa così, nel libro: “Voltandomi guardai Elisabetta che dormiva come un bambino, di schiena, completamente nuda. La linea partiva dal terzo dito del piede adagiato sopra l’altro. Seguiva le curve del dito stesso, si abbassava di colpo per poi risalire”. E
“affossandosi dolcemente tra le grinze della pelle altrettanto dolcemente risaliva sul calcagno come per un dolce promontorio”. E “la linea percorreva sinuosamente il polpaccio in tutta la sua lunghezza e arrivava dietro al ginocchio in un incavo ancora umido dei
miei baci. Risaliva su, dritta, senza nessun tipo di deviazione per tutta la coscia dura”.
E poi “la linea arrivava dritta al gluteo rotondo, ancora più duro della coscia e più levigato del polpaccio, lo attraversava per tutta la sua dolce curva per poi precipitare, piena di brividi per ciò che aveva visto, all’inizio della schiena”. Ricorda l’immagine di una Venere dormiente scolpita dal Canova, sdraiata su un triclinio. L’arte è predominante nei romanzi di De Matteis. Che è uno scrittore, ma nella vita non fa lo scrittore per vivere, perché anche il calcio è la sua passione. Come la scrittura. Da sempre.
DG, POI DS: LAUREATO. Forse non tutti lo sanno, ma Paolo De Matteis è anche un
direttore sportivo e da 6 anni è il team manager del Napoli. Dal 2013. Nel mondo del
calcio è ben noto e il suo è un ruolo fondamentale, tanto più in una squadra di vertice qual è quella partenopea. Il team manager: il punto di contatto di tre visioni sportive, quella dell’allenatore, quella dei giocatori e quella della società. E’ un cuscinetto all’interno di questo triangolo, che deve restare in equilibrio. Bisogna saper parlare con i ragazzi, e i ragazzi in uno spogliatoio sono di tutti i tipi. E bisogna saper parlare con allenatori di grande personalità e fama. E bisogna saper parlare con presidenti comandanti, e con i direttori sportivi al seguito e con gli altri dirigenti. E bisogna anche saper interagire. Nel calcio è insomma un ruolo delicato quello del team manager. «Quando giocavo, avevo
molto tempo libero a disposizione. Mi iscrissi all’Università, a Sociologia. Mi laureai.
E quegli studi mi hanno trasmesso una visione più ampia della società umana. Smisi di
giocare a 32 anni, nel Latina. Era il 2002. Diventai subito direttore generale del club. Avevo già anche conseguito un master europeo presso l’Università di Teramo: economia e diritto dello sport. Tesi: la gestione di una società di calcio. Il presidente del Latina mi diede la possibilità di cominciare e la squadra volò al primo colpo in C, dalla D. Poi mi prese l’Ascoli. All’inizio facevo il team manager: era il 2005. Una carica occupata a lungo Ma ad Ascoli, dove rimasi per 8 anni consecutivi, per quasi 2 stagioni feci anche il ds. Quindi il grande salto al Napoli: subito in Champions, con Benitez. Era il 2013-2014. Mazzarri aveva lasciato il Napoli e il suo storico team manager, Santoro, l’aveva seguito all’Inter. Il ds era Bigon. Ci conoscevamo bene. Ne parlammo. E adesso sono ancora qui, felice e contento. Da team manager, grazie al Napoli, ho toccato quei sogni che inseguivo da calciatore. Il massimo: la Champions. La città è straordinaria, nel bene e nel male è unica. Ti dà, ma ti toglie anche il respiro per quanto è bella e ricca di arte. Una definizione giusta di Napoli l’ha data ultimamente il Papa, quando venne qui. Disse: “A Napoli la vita non è mai stata facile, ma nemmeno mai triste”. E’ una fotografia perfetta per un teatro a cielo aperto quale è Napoli. E io amo l’arte, i palazzi storici, i quadri, gli affreschi. Amo visitare i siti archeologici, i musei».
«IO, IACONI E BONIEK» «Già da giocatore sfruttavo i ritiri della vigilia in trasferta per scoprire nuove città, nuove bellezze. Erano le mie scorribande artistiche. Quando giocavo nella Samb, prima di una partita a Palermo di Coppa Italia (a proposito: De Matteis ne vinse una di C; ndr), andai a seguire la storica processione sul monte Pellegrino e rientrai alle 2 di notte. L’allenatore era Iaconi: mi scoprì e il giorno dopo mi lasciò in panchina per punizione. Ma io sono fatto così: mi pare un peccato mortale non essere curiosi e non amare la cultura. Ho avuto anche Zibì Boniek come allenatore alla Samb. Nel ’93. Un giorno gli feci: “Mister, domani non potrò venire all’allenamento, ho un esame di Sociologia”. E lui:
“Ah sì? Studi? Caro Paolo, se tu sapessi anche giocare saresti perfetto!”. Nel mondo del calcio ti senti spesso un pesce fuor d’acqua, perché pochi giocatori amano l’arte e la cultura come me. Ma in uno spogliatoio essere un giocatore capace di parlare con proprietà e profondità, mostrare di aver studiato, aiuta a diventare un leader, un compagno più ascoltato degli altri». Sono belli e sorprendenti i romanzi di De Matteis. Avvincenti, profondi, scritti con cura e ricercatezza, mai sciatti, banali in qualche passaggio. Sono anzi ricchi di sensibilità, di pagine dense e di frasi anche poetiche sul senso della vita, sulla religione, sull’amore di coppia e sull’amore per gli altri. Sono pregne di riferimenti mitologici (soprattutto il primo romanzo) e di evocazioni della pittura e della scultura. Di quadri e di affreschi famosi (soprattutto il secondo romanzo, incentrato sulla storia di un prete pittore e sulla sua duplice vita, prima laica e poi religiosa, in un ripetuto intreccio con l’esistenza, anch’essa duplice, della donna amata: vicina o lontana che sia). La scrittura di De Matteis è sicuramente mai buttata lì come malta da una cazzuola, alla bell’e meglio, gettata cioè quasi senza guardare, fregandosene degli schizzi. E non ti annoi mai, quando rimani invischiato: le sorprese si susseguono, le storie che si intersecano hanno sempre qualcosa di nuovo da raccontare. Con ripetuti afflati poetici. Come la descrizione di un tramonto d’un arancio meraviglioso, però frutto della morte di due altri colori: “Quell’arancio, da far pentire per sempre rosso e giallo di essersi toccati”.
AMORE E VALORI POSITIVI.  E poi c’è ossigeno, nei libri di De Matteis: c’è vita. C’è l’amore e c’è anche la necessità, l’importanza di aiutare gli altri. I poveri. I bisognosi. In
Africa: nel Malawi. O a Manila, nelle Filippine. Ma pure a Roma, e non solo all’incrocio di associazioni benefiche: nel formicolio quotidiano delle nostre città, cioè. Come accade nei due romanzi. Mescolando questi concetti di amore per il prossimo con espressioni illuminate dal rispetto, da un senso di uguaglianza e di giustizia sociale. Valori positivi. E poi, come detto, c’è sempre l’amore dominante di una coppia. Ci sono figli. Ci sono nipoti. Ci sono altri sentimenti potenti. Ma ci sono anche i demoni: come da titolo del secondo romanzo. Gli errori umani, le deviazioni, i rimpianti, le scelte al bivio, le ansie, le paure, i caratteri sbagliati, le rinunce. La guerra. O gli infortuni, che all’improvviso stroncano la carriera di un campione.
«LA DONNA ERA NUDA» E poi sgorga sempre l’amore, nei romanzi di De Matteis. Un
uomo e una donna: l’ex campione Marco ed Elisabetta, nel primo romanzo. La notte che
travolse i loro corpi. La descrizione del mattino dopo. Lui che si alza dal letto e prima di
andarsene la osserva dormire, e osserva la linea del suo corpo disteso su un fianco. E
la linea fa così, nel libro: “Voltandomi guardai Elisabetta che dormiva come un bambino, di schiena, completamente nuda. La linea partiva dal terzo dito del piede adagiato sopra l’altro. Seguiva le curve del dito stesso, si abbassava di colpo per poi risalire”. E “affossandosi dolcemente tra le grinze della pelle altrettanto dolcemente risaliva sul calcagno come per un dolce promontorio”. “E la linea percorreva sinuosamente il polpaccio in tutta la sua lunghezza e arrivava dietro al ginocchio in un incavo ancora umido dei
miei baci. Risaliva su, dritta, senza nessun tipo di deviazione per tutta la coscia dura”.
E poi “la linea arrivava dritta al gluteo rotondo, ancora più duro della coscia e più levigato del polpaccio, lo attraversava per tutta la sua dolce curva per poi precipitare, piena di brividi per ciò che aveva visto, all’inizio della schiena”. Ricorda l’immagine di una
Venere dormiente scolpita dal Canova, sdraiata su un triclitutti), artistici (in testa Raffaello), mitologici (Atalanta e Clizia) e religiosi (il Papa, le suore, i Gesuiti) che compaiono nei libri di De Matteis finiscono anche per confortare, non solo catturare. Poi, per carità, si possono individuare dei limiti. «I veri scrittori sono altri, non io», dice lui stesso e non per falsa modestia. Anche se il noto scrittore e sceneggiatore napoletan Maurizio De Giovanni è andato con affetto a trovarlo a un allenamento del Napoli, ha letto i suoi libri, gli ha fatto i complimenti, lo chiama serenamente «collega» tutte le volte
che lo incontra. Ma si possono fare comunque dei distinguo. Per esempio noi nel secondo romanzo abbiamo notato una qual certa precipitazione, diciamo così, nel racconto dei fatti. Il primo romanzo ci è entrato dentro di più. Ma restano opinioni. Non pretendiamo certo di atteggiarci, di fare quello che non siamo: critici letterari.

«SCRIVO DA 20 ANNI» «Cominciai a scrivere negli Anni 90, quando giocavo a Chieti. Io ho sempre amato le materie umanistiche e letterarie. E ho sempre studiato e letto molto: romanzi, saggi, opere classiche. Abitavo a Francavilla al Mare. Dopo gli allenamenti, tornando a casa, ammiravo dei tramonti meravigliosi. Che mi facevano volare, mi ispiravano. E non appena arrivavo a casa mi mettevo a scrivere. Il primo romanzo
nacque così. E man mano che scrivevo, vedevo che le storie ne attiravano sempre un’altra. Una nuova». «Ho un modo curioso di creare. Io scrivo subito l’inizio e la fine. Vedo entrambe le cose, nella mente. Poi, dopo, cominciano a nascere storie su storie, all’interno di questa cornice scritta subito: le prime pagine, e le ultime. E la scrittura viene da sola, naturalmente. Certe volte mi pare che i polpastrelli si muovano da soli sulla tastiera del computer. D’altra parte l’ispirazione è come inseguire un pallone che rotola: gli corri dietro,
lo controlli, lo passi e vai avanti. E io in vita mia ho inseguito tanti palloni. E da anni inseguo l’ispirazione: un’idea, un personaggio, una storia, una frase. Scrivere mi procura una felicità incredibile: per esempio quando trovi l’aggettivo ideale, a lungo ricercato. Quando metti una virgola perfetta. E devo dire che ricevo da anni molti complimenti, i
miei libri sono piaciuti a tanti. Ma neanche ora mi vanto di essere uno scrittore vero.
Io non scriverò mai “Il nome della rosa”. Ho la giusta umiltà».
«IO E DE LAURENTIIS» «Quando avevo 17 anni, durante un’intervista mi chiesero: “Che cosa vorresti fare se non giocassi a pallone?”. Risposi: “Lo scrittore”. Più di 30 anni fa. Io scrivo tanto anche durante le lunghe pause dei ritiri prepartita, quando sono in giro col Napoli, non solo a casa. E trovo simpatia, attorno a me, quando mi capita di parlare con qualche giocatore o con qualche dirigente dei miei libri. O con gli allenatori. Anche De Laurentiis è sempre cortese: s’informa, mi chiede a che punto sia arrivato nel nuovo libro. Ora ho appena concluso il terzo romanzo e sto cominciando a ragionare su chi potrebbe pubblicarlo. Parla di calcio. Si svolge nel mondo del calcio e un po’ lo dissacra. Ma fa il verso anche alla società civile. Dagli anni di piombo ai giorni nostri. E’ da un po’ di anni che ci lavoro. Il titolo me lo suggerì Benitez: “E’ una bugia”. Era un piacere parlare con lui: si discorreva di tutto».
BENITEZ E CERVANTES. «Io a Napoli ho avuto la fortuna di avere sempre allenatori di statura. Subito, un grande tecnico come Benitez, che mi ricorda Cervantes, l’autore
del Don Chisciotte. Benitez è un uomo ironico, intelligente. Anche Ancelotti è un monumento vivente: come tecnico, ovviamente, ma anche come persona. E’ di un livello assolutamente superiore. Mi fa venire in mente l’eroe dei due mondi, Garibaldi: è andato
dappertutto e ha vinto dappertutto». E Sarri?, buttiamo lì noi. «Sarri mi ricorda l’Enrico
IV di Francia. Quello di “Parigi val bene una messa”. Che comunque fu un personaggio storico importante. Inseguì per tutta la vita un ideale, finché poi ce la fece a diventare sovrano. Dovette abiurare, però. Cambiare religione». De Matteis torna a parlare di
Ancelotti: «Anche lui ha pubblicato, ha scritto tre sue biografie. E’ un uomo molto intelligente, aperto, con un afflato internazionale, ha una visione a 360 gradi su tutto. E’
molto semplice e umile nella sua grandezza».
IL PAPA E LA FAMIGLIA «Ho due nomi di battesimo, sì: erano i nomi dei miei nonni. Ma tutti mi chiamano solo Paolo. Poi è chiaro che mi ha fatto impressione trovarmi a descrivere nel mio primo romanzo l’incontro con Papa Giovanni Paolo II. Quando scrivo, mi sembra spesso di vivere dentro a cerchi che si toccano. Coincidenze che talvolta mi paiono giochi del destino. Paolo De Matteis è stato un grande pittore tra fine Seicento e inizio Settecento: io mi chiamo proprio come lui. Lavorò soprattutto nel Regno di Napoli, dove poi è morto. E dove ha lasciato bellissimi affreschi. In specie nella chiesa del Gesù. Dei Gesuiti. Tutto torna, nella mia vita. Come la memoria di suor Valeria, alle Elementari: una maestra fantastica. I cristiani dicono: vivi secondo coscienza. Per gli antichi, invece, la felicità è vivere secondo virtù. Dante ha poi affiancato i due concetti, virtù e conoscenza».
E per Dante la vera conoscenza era la fede. E la fede passa per forza attraverso la
coscienza dell’uomo. La virtù esprime il comportamento. I fatti, le azioni. Conoscenza è
invece espressione di un’azione intellettuale. Del pensiero e del cuore. L’uomo è fatto di
pensiero e azione, difatti. «E Dante, in quel meraviglioso e famosissimo verso dell’Inferno, invita l’uomo a non vivere come un bruto, ma seguendo la virtù e la conoscenza. Questa frase rappresenta la bussola dell’umanità». Paolo De Matteis è sposato con Maria Antonietta. Hanno un bambino di 4 anni che si chiama Mattia. La felicità è a casa loro. «L’amore, dice sempre Dante nel suo ultimo verso della Divina Commedia, muove il sole e le altre stelle. Cioè tutto». Citiamo da “Vanessa Atalanta”, pagina 57: “Il cielo è l’unica cosa che, in tutta la mia vita, non mi ha mai lasciato”

Il suo nuovo libro è sul calcio. De Matteis ha appena terminato di scrivere il suo terzo
romanzo: «Il mio nuovo libro parla di calcio, si svolge nel mondo del calcio. E lo dissacra anche un po’»

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