Gravina rende omaggio a Vincenzo D’Amico

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C’erano proprio tutti a salutare Vincenzino. La sua famiglia, gli amici della vecchia guardia, la sua Lazio, e poi loro, i suoi tifosi: più di mille persone hanno colorato di biancoceleste la Chiesa della Gran Madre di Dio, la stessa dove dodici anni fa D’Amico ha pianto la scomparsa di un pezzo importante della vecchia Lazio, Bob Lovati. Tanti i volti noti del mondo del pallone, ex calciatori, dirigenti; ai primi banchi il presidente della FIGC Gabriele Gravina, che ieri aveva reso omaggio al campione scomparso alla camera ardente allestita in Campidoglio. Il gonfalone della Lazio e della FIGC ai lati della bara e tante, tantissime corone di fiori tra cui spicca quella della Roma perché Vincenzino era amato da tutti, la sua simpatia superava i colori e la fede. La piazza di Ponte Milvio piena di sciarpe biancocelesti e di striscioni, mentre qualcuno distribuisce un biglietto con una frase: “Io non volevo essere un giocatore, io volevo essere un giocatore della Lazio”. E proprio questo è stato D’Amico.

Bandiera, eroe, leggenda. Sono gli aggettivi più frequenti che in questi giorni hanno accompagnato l’uscita di scena di un grande campione, è vero, ma soprattutto di un’anima bella e pura, forse troppo per un mondo spregiudicato come quello del calcio. Quando la sua carriera decollò, con addosso la maglia della Lazio, aveva appena 19 anni. Era il più giovane di tutti, catapultato con la sua freschezza in un gruppo di “anarchici”, una squadra pazza e folle divisa in due dalla corsa alla leadership e da caratteri orgogliosi mai disposti a cedere. Il “cucciolo” della banda divenne subito per tutti Vincenzino, un diminutivo che gli è rimasto cucito addosso fino all’ultimo e che per certi versi non gli ha resto giustizia. Perché a soli 19 anni il ragazzino di Latina era già grande: esordio in Serie A, primo gol contro il Bologna e lo scudetto sul petto, non c’erano altri sogni. E indipendente: non si è mai schierato con un gruppo o con l’altro, lui era amico di tutti e giocava per il piacere di farlo, senza correre dietro alle regole e agli schemi. Maestrelli, infatti, non gli aveva dato un ruolo preciso, ogni volta gli diceva “vai in campo e gioca come sai fare”, affidandosi alla sua classe, ma anche alla sua sregolatezza. Era la variabile impazzita del centrocampo.

L’astro di Gianni Rivera si stava consumando insieme all’età, Vincenzino ne ereditò il titolo di Golden Boy. Genio ribelle, eternamente in lotta con la bilancia, arrivava dove voleva e viveva come voleva. Questo ha sempre fatto: quando vinse lo scudetto, quando fu ceduto al Torino a causa della delicata situazione finanziaria della Lazio, salvo mollare tutto nel giro di pochi mesi e fare ritorno alle sue origini, quando da perfetto capitano salvò la sua squadra dall’incubo della Serie C. Era nato per giocare, per divertirsi e per divertire, ma non solo sul campo. Anche la vita per lui era un gioco.

Di una generosità disarmante, Vincenzino. Mai una parola contro qualcuno, mai una polemica, col silenzio e col sorriso ha masticato critiche e momenti amari. Quello che contava per lui era una cosa sola: la Lazio. In funzione di questo ideale ha vissuto la sua vita, con l’esuberanza di un eterno Peter Pan. Con il passare degli anni non ha mai perso la voglia di divertirsi e di godersi minuto dopo minuto ogni istante, senza lasciarsi nulla dietro, ma diceva di aver fatto tesoro di una massima che amava ripetere: “Non promettere quando sei felice, non rispondere quando sei arrabbiato, non decidere quando sei triste”.