Corriere Dello Sport, la storia del Chucky Lozano

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Così come da ragazzino si nascondeva sotto il letto e poi sbucava fuori all’improvviso per far paura – aaargh!!! – ai suoi compagni di squadra; così il nostro cerca riparo tra le pieghe della partita per poi accendersi in un istante e – gooool!!! – colpire a morte le difese avversarie. Hirving Lozano detto Chucky, come il pupazzo posseduto del film «La bambola assassina», uno di quegli horror di fine anni ’80 – poi replicato con vari sequel – che è la versione trucida e sanguinolenta di «Toy Story». Senza star lì a menarla tanto, vale comunque la pena rifl ettere sul fatto che mai soprannome fu più azzeccato, perché Lozano – quando se ne sta largo sulla fascia, defi lato rispetto al gioco – alimenta il «rumore del terrore» tipico di quei film, un rumore fi sso e costante che si prolunga nel tempo e che provoca ansia in chi lo ascolta (il terzino avversario e/o noi seduti nel divano di casa davanti alla tivù). Poi se volete ci sarebbe da discutere sull’altra declinazione del soprannome, la «Bambola di Cristallo», come l’hanno ribattezzato i media messicani in
questa estate fragile, a causa di una contabilità che manderebbe in tilt un’agenzia di infortunistica: Hirving ha fatto crack quattro volte nelle ultime otto partite. Ma a noi interessa il «rumore del terrore», la vibrazione che si scatena dal gioco di questo esterno d’attacco elettrico nei movimenti, ferale quando entra in area avversaria e discretamente funzionale al gioco della squadra. Discretamente, perché ogni tanto HL va per conto suo, in un corto circuito spesso utile, talvolta urticante (per chi lo allena). Si legge sfogliando il Corriere Dello Sport di oggi, martedì 13 agosto 2019, a firma di Furio Zara. 
IL CALCIATORE ELETTRICO. Hirving Lozano è nato calciatore prima di nascere, perché così lo vuole suo padre Jesus, a undici anni va via da casa – Città del Messico – per seguire il suo destino, lo troverà a Pachuca, un posto dove tira un vento che ti porta via, se non ti attacchi a qualcosa per reggerti. E’ un ragazzino indisciplinato, scontroso, furente con se stesso, perché ha fretta di arrivare al successo. L’uomo a cui deve tutto, l’allenatore Enrique Meza, di lui dice che «in campo sembra guidato da una bacchetta magica». A cambiarlo – va spesso così no? – è una donna, Anita Obregon, sua moglie: Hirving diventa papà a diciotto anni (dopo Daniela è arrivato Rodrigo), Anita è la donna a cui si appoggia perché il vento non lo porti via. A cambiargli la vita invece è il PSV Eindhoven, che due anni fa sborsa 8 milioni per portarlo in Olanda: è la cifra più alta di sempre spesa per un calciatore messicano. In due anni di Eredivisie, modellato – almeno all’inizio – dal suo maestro Philip Cocu: 34 gol, 22 assist, l’affermazione in nazionale (suo il gol che stende la Germania campione del mondo al debutto di Russia 2018), un nuovo status. Nella terra dei tulipani emergono le sue qualità: l’accelerazione bruciante (per dire: nel videogame della FIFA è un +90, uno dei più veloci al mondo), la progressione palla al piede, il cambio di passo, la sfrontatezza nel tentare l’uno contro uno, la stupefacente rapidità nel prendere una decisione. E quando la azzecca torna ad essere Chucky, la Bambola assassina che quando sbuca fuori all’improvviso ti gela il sangue, perché fi dati che che il coltello che ha in mano non lo usa per spalmare la Nutella sul pane.

Curiosità: HL sarà il quinto messicano a giocare in Italia dopo Miguel Layun (Atalanta), «El Gran Capitan» Rafa Marquez (Verona), Hector Moreno (Roma) e Carlos Salcedo (Fiorentina), tutti in serie A dal Duemila ad oggi. In realtà c’è pure tale Pedro Pineda, che finì al Milan di Capello nel 1991 senza mai giocare. Ma questa è un’altra storia.