
Fischio finale, parole di Antonio Conte e lo abbiamo capito subito: sarà una pausa nazionali non lunga, ma lunghissima. Per fortuna da oggi e fino a domenica ci saranno Sinner e Musetti a distrarci…
Finisce con il Dall’Ara che canta “Caro amico, ti scrivo, così mi distraggo un po’…L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va”.
Già. L’anno vecchio, quello dello scudetto miracoloso, di una squadra forse brutta, sporca e cattiva, ma forte nella sofferenza e audace nell’andarsi a prendere il premio più ambito, è finito, incontrovertibilmente, a Bologna. E più di qualcosa, decisamente, non va.
Per carità, va dato atto ad Antonio Conte che da inizio ritiro va dicendo che questo sarebbe stato un anno complicato, ma dopo il ko con il Torino e il cataclisma di Eindovhen, il sussulto contro l’Inter sembrava aver ridestato l’orgoglio dei Campioni d’Italia: invece la fortunosa vittoria di Lecce e gli scialbi pareggi contro Como e Francoforte sono stati il preludio del nuovo rumoroso tonfo degli azzurri.
Una squadra spenta, lenta, prevedile. Senza cuore nè un briciolo di orgoglio e letteralmente sbranata da un Bologna formato Champions.
I rossoblù, con due giorni di riposo in meno, hanno devastato il Napoli dal punto di vista del ritmo e dell’aggressività. Se nel primo tempo tutto sommato gli uomini di Conte sono riusciti a traccheggiare con il loro “andamento lento”, nella ripresa non c’è stata proprio storia, L’ingresso di Cambiaghi, che ha martirizzato Di Lorenzo e Politano sulla fascia destra partenopea, ha dato il colpo di grazia al Napoli, aprendo la voragine dalla quale non c’è stato nemmeno un accenno di risalita.
Che il Napoli sia stato poca cosa lo si è capito anche dalla decisione (apparentemente azzardata) di Italiano di tenere in campo Rowe semovente per circa 10 minuti per non bruciare uno slot di sostituzione e arrivare all’intervallo: il tecnico nativo di Karlsrhue (ma italiano al 100% di nome e di fatto) ha giustamente valutato di poter correre il rischio, tanto il Napoli a quel ritmo, anche con un nuovo in più, non avrebbe creato alcun pericolo. E così è stato.
Le scelte degli allenatori sono poi un’altra delle chiavi della partita: Italiano ha cambiato 6 uomini rispetto al giovedì di Europa League, Conte ha schierato gli stessi 11 interpreti del match contro l’Eintracht di martedì e ha impiegato (come di consueto) molto più tempo del suo collega per effettuare i primi cambi. Possibile che un allenatore dell’esperienza di Conte non si sia accorto in settimana delle pessime condizioni fisiche di Politano e Di Lorenzo? Possibile che Neres e Lang, giustamente sacrificati sull’altare del 4-1-4-1 ideato per far coesistere De Bruyne e McTominay, una volta tornati al 4-3-3 debbano sempre entrare negli ultimi 20 minuti?
Speriamo che dietro queste scelte non ci siano nascosti dei segnali indirizzati verso qualcuno, anche se le parole nel post-gara del tecnico salentino ( “Qualcosa bisognerà fare perché io non accompagno il morto”) non fanno presagire niente di buono.
Complimenti in ogni caso al Bologna, che ogni anno vende 1-2 pezzi pregiati (che puntualmente non si confermano lontano dall’Emilia, vedi Zirkzee, N’doye e, purtroppo per ora Beukema), ma si rilancia ai vertici del campionato con un’idea di gioco precisa ed un calcio entusiasmante.
Nel Napoli non ha invece funzionato nulla: anche la diga azzurra Rrhamani-Buongiorno che bene aveva tenuto nel primo tempo, è naufragata dopo il primo gol, in occasione del quale anche Milinkovic non è parso reattivo sul suo palo. Lobotka lento e impreciso, Anguissa, che fin qui ha cantato e portato la croce, è apparso pasticcione. Hojlund si è sbattuto rischiando il rosso ( e lo avrebbe meritato in verità) in più di un’occasione ma il gioco spalle alla porta non è il suo e in ogni caso questa versione spenta di McTominay non ha mai dato l’impressione di potersi appoggiare sulla punta o di buttarsi negli spazi. Elmas ci ha provato, ma esterno alto nel tridente sembra un pesce fuor d’acqua.
Insomma, dovremmo dire “tutto troppo brutto per essere vero”, ma lo avevamo già detto dopo Eindhoven e allora se ad inizio novembre siamo già alla terza sconfitta in campionato, la quinta stagionale, il quinto ko in 8 trasferte, non c’è più nulla di casuale, ma evidenti problemi strutturali, di attitudine e mentalità.
Perché tutto potevamo aspettarci dal Napoli di Antonio Conte, tranne di vedere una squadra priva di ardore agonistico e voglia di reagire dinanzi alle difficoltà. Anzi, ancora una volta, dopo lo svantaggio la squadra è completamente uscita dal campo, vittima della propria mancanza di personalità.
Conte è arrabbiato, deluso e preoccupato. Non è il solo. E forse è anche giunto il momento che De Laurentiis si faccia sentire, non solo per parlare di sanitari.
La stagione è ancora lunga, lo spettro di due anni fa è ancora dietro l’angolo, ma se c’è un momento in cui un tecnico di prima fascia è chiamato a fare la differenza è questo. Anche perché c’è ancora tanta strada da percorrere e tanto ben di Dio sulla tavola, per gettare tutto alle ortiche.
Conviene allora ritornare al canto finale del Dall’Ara, augurandoci che diventi fonte di ispirazione per Conte: “Vedi, caro amico, cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare”.



